” MADONNE seNza TEMPO “

L’ articolo di oggi è dedicato a lei: Giovanna Nardone.
L’artista nasce a Cassino in provincia di Frosinone, studia all’Università di Pisa, si sposta per lavoro prima a Madrid, poi a Monaco, e successivamente a Norimberga. Oggi vive in Liguria, nella provincia di La Spezia.
Figlia d’arte perché, di generazione in generazione, il ramo femminile della famiglia, in qualche momento della vita porta alla luce il talento della pittura.
Dopo un corso esplorativo ” sul mondo della donna “,  tenuto dalla dottoressa Paola Leonardi, nasce in lei la voglia di fare ricerca, e orienta il suo interesse sulla letteratura romantica e femminile.
L’artista così ispirata inizia il proprio percorso.
Sbocciano le sue ” Madonne seNza Tempo “, donne dall’allure aristocratico e fiabesco che raccontano il mix equilibrato fra genialità, fantasia, creatività.
Sono volti di donne che rispettano la propria unicità, magari con desideri inconsci così frequentemente repressi negli ambienti sociali, della realtà quotidiana.
Giovanna, per le sue opere, utilizza una vasta gamma di tecniche:
fotografia, pittura, tessuti preziosi e…un piccolo segreto.
Tutto l’insieme contribuisce ad incarnare lo spirito profondo di questo universo femminile, mutevole e misterioso.
Un talento senz’altro da indagare, quello di Giovanna Nardone, non è poca cosa custodire nell’anima un dono che si traduce in una sorta di riscrittura personale della storia, di ogni donna che dipinge.
Lei ad ogni Madonna, regala un colore. E’ quello che vede aleggiare, abitare, respirare intorno all’immagine che lei ritrae, ed è il colore che la identifica.

 tiziana bracci-rubrica: Capriole sull’albero

Dear IRIS you are awesome

E arriva LEI, icona di stile e ” Bibbia della moda “.
Sì proprio LEI… la straordinaria  Iris Apfel.
LEI è la donna che piace maledettamente, la donna che non ha bisogno di petizioni per affermarsi, che non ha bisogno di leggi per consacrarsi, che non si imbatte in  rivoluzioni estetiche perché  non teme i segni, del tempo.
LEI  che fa tutto per puro piacere, LEI  che mostra la faccetta stupita come fanno i bambini, LEI  che sembra nata per allietare il mondo, LEI che gioca con i  tessuti e con i colori,  coperta di tanto e scoperta di niente.
LEI è  semplicemente ” Madame Iris “, le sue scelte stravaganti  la incoronano emblema di originalità.  E la moda l’ha scelta.
Solo una donna emancipata come LEI sa raccontare, nella cristallizzazione di uno scatto, come il corpo agisca con un’interezza. Ogni parte è connessa all’altra e tutte comunicano fluidamente, ognuna attraverso le altre.
Non si può dunque conoscere una parte senza riconoscerne la relazione profonda con ogni altra. Vale per il corpo e anche per la mente.
E vale per l’anima.
Un buon osservatore non trascura il tesoro che si cela nei suoi occhi,
ricchezza di sentimento, amorevoli emozioni, nobili esperienze di vita.
Giovani signore rampanti che cercano nell’arte il loro quarto d’ora di notorietà, nell’intento di crearsi una identità,  osano scimmiottarla con collane super eccessive ed occhiali sgargianti, dalle forme più improponibili.
Il risultato? Sembrano solo brutte copie della vera regina, dell’arte.
Ben arrivata Madame Iris Apfel, risuscitatrice di uno stile che veste il palcoscenico VITA,  con un insolito mood carico di brio e di fascinosa magia.
Luchino Visconti diceva, a ragione: ” il difficile di una regia è mettere in scena “.
Mi inchino ad Iris, LEI ci riesce divinamente.
Le sue divertenti  interpretazioni danno spazio agli accessori e lasciano puntare su di essi, i riflettori. LEI, con i suoi cento anni festeggiati il 29 agosto, riempie le immagini di genio, tanto da non farci avvertire nostalgie o rimpianti
per giovanissime top model.
Iris è  la ” sciura “, acculturata e birichina che, con ammirevole simpatia,
ha portato l’estro in passerella. L’ha fatto elegantemente e con una libertà  che  solo una imprenditrice, viaggiatrice, osservatrice, estimatrice del bello come LEI,  poteva permettersi, aggiungendo qua e là, tocchi di bizzarra creatività.
Dear Iris,
tu sei straordinaria.

 

tiziana bracci – rubrica: Capriole sull’albero

APE…RICENA

E gli occhi strabuzzati delle amiche si illuminarono di colori come fossero piume di pappagallo, quando Betta uscì con la sua proposta.
– Sono cinque anni che coltivo il sogno di portare in Italia l’alta qualità della vita  floridiana, far conoscere quei geniali percorsi maemiani, annaffiati di cultura e mixati con trionfali  Ape…ricena -. Tuonò Betta, soddisfatta.
– Siii… perché dovete sapere che a Miami il cocktail incontra l’opera d’arte,
racconta l’arte, comunica l’arte, dialoga con l’arte per nutrire corpo e spirito
di tanta bellezza -.
Lei trovava stupende quelle contaminazioni conviviali di energia,
fra arte,  cibo, vino,  e una punta di sana follia.
Semplici gesti per rieducare pensiero, anima e corpo a ritrovare quei giusti spazi di vita, salutare.
– Blaise Pascal diceva ” tutta la nostra dignità consiste nel PENSIERO, è con questo che dobbiamo nobilitarci… Lavoriamo dunque per pensare BENE “.
Il successo di un’idea non  si misura in base al denaro, all’istruzione o alla famiglia d’origine, ma in base alla taglia del tuo pensiero.
E allora? Ciak si gira… azione -!!!
Affermò Betta, sempre più decisa a mettere in pratica il progetto.
Le amiche, sgarzuline,  accarezzarono con gli occhi quella illuminazione, riconoscendo che Betta aveva la missione di  richiamare bellezza, luce, amore,
che nell’arte vivono.
Anche il suo corpo sembrava emanare un messaggio, dell’Universo:
” Sei qui in nome dell’Amore  e sei qui per condividerlo con le persone che metto sul tuo cammino “.
Gli incontri, hanno una voce, hanno un’energia, hanno un compito, e magari quello di alleggerire il cuore e far espandere l’anima.
E il corpo sa. Prima della mente. Il corpo sente.
E’ proprio lì,  in quegli incontri che  trovi la verità.
E il corpo messaggero del cuore, lo sa.
E con Betta dedita alla sua amorevole missione, lasciamo che  la vita fluisca
in modo libero e senza ostacoli nelle atmosfere d’arte, di grazia, di bellezza, miscelate al buon nutrimento del corpo con saporosi  Ape…ricena, sfumati di giallo zafferano, verde pistacchio, rosso ciliegia, blu caviale, beige crosta di pane, oro chardonnay, bianco cheesecake, nero caffè.
Enjoy!!!

* Sono graditi gli animali

tiziana bracci-rubrica: Capriole sull’albero

L’ELEGANZA DEL BOCCIOLO, SPEZZATO

 

L’ELEGANZA DEL BOCCIOLO,  SPEZZATO

 

Sono 12 rose bianche con l’inconfondibile biglietto ” Love & Kiss “,
consegnate il 5 settembre 2016 alle ore 17.00, di un caldo pomeriggio di fine estate.
Emozionata, sovreccitata, commossa dall’inaspettata sorpresa, le adagio sul tavolo e saltellante di gioia corro a prendere un vaso.
Quando sollevo il mazzo per sistemarlo, un bocciolo si spezza.
Una fitta al cuore accompagna il mio gesto, con le mani faccio una conca d’amore per accogliere quel bocciolo separato dagli altri.
Lo voglio conservare in una delle scatole vuote che colleziono, penso amorevolmente. Prendo la più preziosa. La confezione di essenza
del Jean Patou è ancora generosa di profumo, adagio lì quel bocciolo
spezzato, integro di una propria eleganza nel recapitare il celato messaggio.
Ma io,  non avevo capito.
Quelle 12 rose bianche erano una promessa…
Ora nel mazzo mancava un bocciolo, e ugualmente le undici rose rimaste, mantenevano la dignità di una promessa.
Un vincolo d’amore incondizionato, eterno,  indissolubile.

Ma io, non avevo capito.
Non avevo capito il silenzio di quel bocciolo, spezzato.
L’ho capito quando te ne sei andato, inaspettatamente, un mese dopo.
La tua uscita di scena è stata improvvisa, repentina, frettolosa.
Una complicanza respiratoria, dopo un semplice intervento.
Così dissero i medici.
Oggi quel bocciolo spezzato è ancora  nella confezione gioiello del Jean Patou, vive lì e profuma di te.
Una rosa è sempre una rosa , che sia promessa lieta di matrimonio
o annuncio velato di qualcos’altro…
Si crede che la morte sia assenza, tu per me sei presenza intima,
costante, invisibile, segreta. E usi puntualmente simboli o persone come canali di comunicazione per raggiungermi, farmi sentire bella, riempirmi il cuore e la mente di luce,  di pienezza infinita. Il destino ha fatto il suo corso ma non ha mai diviso i nostri cuori, non c’è separazione fra vita e morte, fra bianco e nero,
fra luce e tenebre, fra giorno e notte. Tutto fa parte dell’uno.
Quando Marta mi ha chiamato, quel giovedì pomeriggio, era per un consiglio di lavoro. Eravamo entrambe sedute davanti al computer.
– Ascolta questa poesia – lei mi dice, mentre apre la pagina di Parole Note.
Alla prima frase si accorge che non è quella che vuole farmi sentire, sta per cambiare, d’impeto le blocco la mano e  mi lascio cullare dal suono di quelle parole:
” Il tuo cuore lo porto con me,
lo porto nel mio,
non me ne divido mai
dove vado io, vieni anche tu mia amata,
qualsiasi cosa sia fatta da me,
la fai anche tu mia cara.
Non temo il fato
perché il mio fato sei tu.
Questo è il nostro segreto profondo
radice di tutte le radici
germoglio di tutti i germogli
e cielo dei cieli
di un albero chiamato vita,
che cresce più alto di quanto l’anima spera
e la mente nasconde.
Questa è la meraviglia che le stelle separa.
Il tuo cuore lo porto con me,
lo porto nel mio “.

Allora ho capito l’entropia di quel messaggio d’amore, tutto per me.
Vivo l’energia di un sentimento, libero, assoluto, indiscutibile con la consapevolezza di toccare l’amore che va oltre la vita terrena.
Tengo stretta sul cuore la certezza che l’amore incondizionato è la forza più potente dell’universo, e in virtù di ciò, siamo uniti ora come mai lo siamo stati prima. E questo ha solo un nome:  il nostro ” sposalizio nei cieli “, un decreto celeste, vivo, efficace come la parola di Dio Padre.
E l’eleganza di quel bocciolo, spezzato
la porto con me, non me ne separo mai.
E’ presenza, è vibrazione, è suono, è verità, è amore, è pienezza di vita.

Oggi 28 agosto è il giorno del tuo compleanno, gli auguri più belli  con la mia lettera d’amore.
Much love, Tizzie

 

tiziana bracci- rubrica: capriole sull’albero

Pensieri ambiziosi, Pensieri profetici, Pensieri di Luna

 

Nel Faust del Ghoete sta scritto: ” in principio era il Pensiero “; ma qualcosa già dice che non possiamo fermarci qui, e con un sorpasso in grande stile,  ci dilettiamo ad annunciare: ” in principio era l’Energia “; ma lo Spirito, saggiamente, si affretta a chiarire: ” in principio era l’Azione.
Che simpatico bisticcio di parole, potremmo dire.
In realtà, è la filosofia dei classici del pensiero libero, che tende  alla trasformazione del pensiero in azione.
Bisogna unire i puntini dell’esterno con l’interno, per raggiungere gli obiettivi.
Joseph Kennedy, per esempio, detto il Patriarca, era un eccellente stratega di pensiero; per ottenere il risultato impiegava energia sia fisica che mentale, e focalizzava l’idea per svilupparla al meglio.
– Che buona idea è, se  essa non trova applicazione nella vita, reale?
Sul pensiero si agisce con l’azione -. Diceva con fermezza.
Una  via maestra che lui conosceva bene.
Era dotato di una abilità  lungimirante che gli faceva vedere le cose prima degli altri. E le sue macchinazioni uscivano perfette.
La moglie Rose lo definiva l’architetto delle loro vite.
E niente poteva essere più lontano, dal vero.
Il primogenito dei loro nove figli, Joseph Patrick Jr, esperto aviatore, era stato designato dal padre a ricoprire la carica di Presidente degli States, purtroppo morì in circostanze non definite, durante la seconda guerra mondiale.
Joseph , il Patriarca, fece scivolare le sue ambizioni sul secondogenito.
Così John, dopo la morte del fratello, ereditò di diritto quelle aspettative.
Il padre bramava vedere un figlio alla Casa Bianca, e per la campagna elettorale del suo John,  si era speso con astute azioni di marketing,
tutte mosse mirate, studiate e centrate  come se dovesse  lanciare un nuovo prodotto sul mercato.
Nell’ambiente  già circolava la frase fatidica:
” Venderemo John, come scaglie di sapone “. Lui non trascurava proprie niente.
Anche Jaqueline Lee Bouvier entrò a far parte del piano per la corsa alla Presidenza. Lei si trovò ad intervistare quel giovane senatore rampante del Massachussets, come inviata speciale dello Washingthon Times Herald.
Finì subito nelle grazie di papà Kennedy, che la incoronò moglie ideale per la temeraria carriera, del figlio: bella, colta, intelligente, elegante, raffinata, con  charme e pedigree di tutto rispetto  per le sue origini francesi e nobili, da parte del padre. Era semplicemente perfetta nelle vesti di First Lady, d’America. Nessuno avrebbe dissuaso Joseph, il Patriarca.
La coppia si unì in matrimonio il 12 settembre 1953, a Rhode Island, e Jaqueline sposando John,  aveva sposato l’intero pacchetto del clan.
John, per un attimo pensò che l’eleganza francese della moglie potesse allontanarlo dagli elettori. Ma subito si ricrebbe. Amava andare incontro alla folla con Jaqueline, aveva capito che quando erano insieme, la gente si moltiplicava.
I giornalisti si interessavano a lei perché incarnava i desideri di molte donne, veniva presa a modello. La moglie aveva una missione pari alla sua.
Il 3 gennaio 1961 i Kennedy erano tutti riuniti nella villa di Ocean Boulevard a Palm Beach, per un ritratto di corte. Con una lunga serie di scatti e di pose si preparava la presentazione della famiglia presidenziale, in vista del
20 gennaio: giorno di entrata in carica di John Fitzgerald Kennedy,
alla Casa Bianca. Lui appariva rigido e nervoso, per l’emozione. Jaqueline leggermente di spalle, rispettosa dei ruoli politici del marito, si muoveva con grazia e teneva fra le braccia il piccolo John John, un mese e mezzo di vita.
I suoi occhietti, appiccicosi, si aprivano e si richiudevano per il fastidio dei riflettori. Caroline, quattro anni, era la protagonista assoluta di quello show, affascinata dal continuo lampeggio dei flash, correva dietro a quei bagliori sfuggenti alla presa, nel tentativo di acchiapparli.
Il Patriarca, gongolava  nel suo ambizioso abito, e si godeva il coronamento di un sogno vicino a mamma Rose con il resto della famiglia.
Il giorno successivo, uno dei più importanti quotidiani titolava così:
” ALL’INIZIO NON FU  IL VERBO, MA LA LUCE A CREARE IL VANGELO DEI KENNEDY IL NOME CHE HA SCOSSO DAL SONNO UNA NAZIONE INTORPIDITA “.
In quello stesso anno, il 25 maggio,  durante una sessione speciale del congresso, il neo Presidente riuscì a infervorare l’animo dei cittadini americani con un annuncio straordinario:
” IO CREDO CHE QUESTA NAZIONE RAGGIUNGERA’ IL SUO GOAL,
E PRIMA CHE QUESTA DECADE FINISCA,
UN UOMO CAMMINERA’ SULLA LUNA E FARA’ RITORNO SULLA TERRA “.
Le parole di quest’uomo, forse ispirate da divina saggezza,  risuoneranno di inusuale consapevolezza, un concentrato di pensieri mossi da un incredibile spessore profetico e da un profondo senso universale,
Il Goal fu brillantemente raggiunto, con la missione Apollo 11,  il 20 luglio 1969.
La NASA scelse Cap Canaveral, in Florida, per dare inizio ai programmi spaziali. Una scelta ragionata, non solo per la sicurezza dei lanci, ma anche per le dune della spiaggia di Vero Beach. Esse  assomigliavano  al suolo lunare, ed erano perfette per le esercitazioni degli astronauti.
L’Unione Sovietica era avanti nella conoscenza dei viaggi spaziali, ma Kennedy credeva che gli States avrebbero potuto colmare il divario.
Sei anni dopo la sua morte, le sue parole si concretizzarono.
Visitare Space Kennedy è da pelle d’oca. Attraversare la stessa passerella dove hanno camminato gli astronauti e assistere al lancio spaziale nella medesima sala che  ha guidato la missione Apollo 11, mozza il fiato.
Lì tutto è come allora: i macchinari, i suoni, le luci e il rombo dei motori spinti alla massima potenza per farci rivivere, oggi, le emozioni di un viaggio che ha cambiato il mondo.
A Cap Canaveral John Kennedy vive ancora. Lì c’è il pensiero di un uomo immortale che ha creduto, senza vedere. Il destino ha voluto che non fosse a festeggiare con i suoi, ma l’eredità che ha lasciato va oltre la vita.

” Le azioni degli uomini
sono la massima interpretazione
dei loro pensieri “. ( John LocKe )


tiziana bracci- rubrica: Capriole sull’albero
nel 52esimo anniversario della missione Apollo 11

VACANZE in MONOPATTINO

Una leggiadra poesia con dedica:
a Caterina, Elena, Maria Vittoria.


Vacanze ambite
ma anche farcite:
due misurini di colore, una dose di sapore,
tre cucchiai colmi d’amore.

Odore salmastro,
fiocco con nastro
attorno ai capelli,
borsetta viola con matite e pennelli.

L’occhiale disinvolto
dà tono al volto,
il leggin maculato
non passa inosservato,
il tronchetto col tacco,
dà brio al piede,  perbacco!

Con lieve carezza
si posa la brezza
sul corpo e sul viso,
strappando un sorriso.

E fruscia leggera
con aria vacanziera,
sulla pelle accaldata
e dalla tinta dorata.

Che bello abbracciar la vacanza
in tutta la sua baldanza
spalmata di giorni oziosi,
ma anche generosi
di buoni pensieri,
liberi e veritieri.

Vacanze in amicizia
e senza malizia.
Vacanze di luglio
che portan sobbuglio,

e una lunga lista annotata sul foglio:
costumi, creme, cappello, ventaglio,
pinne,  boccaglio,
e non scordar il portafoglio.

Vacanze in monopattino con poco bagaglio,
e senza guinzaglio,
verso un paese
dal piglio gentile e cortese,
dove l’ora preziosa
si tinge di rosa.

Se… è VACANZA,
compiti, fretta, affanno lasciamoli in lontananza.
E non capisce la saggia Caterina,
che ben ragiona nella sua mente bambina…
Perché maestri ostinati, sanno caricar di lezione
con Santa Ragione?
Quando, invece, se…è VACANZA,
dai libri bisogna prender la giusta, distanza.

Buona estate
www.dodolinatips.it

La formica è saggia ed esperta,
ma non abbastanza da prendersi
una vacanza. ( Clarence Day )

tiziana bracci-rubrica: Capriole sull’albero
La rubrica riprenderà a Settembre.

Il prossimo 20 luglio, per onorare lo sbarco dell’uomo sulla luna
del 20 Luglio’69 con l’Apollo 11, uscirà l’articolo:
” Pensieri ambiziosi, Pensieri profetici, Pensieri di Luna ”

 

 

Le ragazze fiorentine, aspettando la notte di ” San Giovanni “

 Le ragazze fiorentine,  aspettando la notte di ” San Giovanni “

La notte di San Giovanni era attesa con trepidazione dalle ragazze fiorentine da marito, per celebrare leggiadria e bellezza con la preparazione di un’acqua speciale. Essa prometteva incontri, di cuore.
Ogni anno in prossimità della festa, in città e nei villaggi vicini, si ripeteva quel rito sacrale. Gesti semplici, puri, genuini, dove essenzialità e leggerezza si davan la mano a sigillo di un patto di fiducia e di bontà per consacrare il manufatto di un liquido prodigioso.
Nella mattina del 23 giugno, donne e bambini si avviavano su per le colline di Fiesole e per le valli con il loro cestello di vimini, alla ricerca di fiori e di erbe spontanee: bacche, artemisia, iperico, fiordalisi, papaveri, foglie di menta, rose selvatiche, rosmarino e lavanda per onorare la leggenda con la rugiada degli Dei. Era il sogno fragile e bello di un piccolo mondo antico tramandato, di generazione in generazione, per dare continuità alle tradizioni, ai valori, ai sentimenti e regalare emozioni di speranza a molte fanciulle.
Loro preparavano con garbo, decoro e devozione un’acqua legata al prodigio di San Giovanni. Essa prometteva bellezza e marito.
I fiori raccolti venivano adagiati con cura nella bacinella d’acqua fresca e lasciati riposare al chiaro di luna, nella notte fra il 23 e il 24 giugno. L’indomani, appena sveglie, le ragazze si precipitavano a lavare mani e viso lasciando scivolare qualche goccia anche sul corpo per apparire al massimo dello splendore, arricchite d’ inconsueto fascino.
Dubbi e paure potevano manifestarsi a livello mentale, sotto forma di sensazione fisica, ma il corpo con la propria saggezza le guidava con una mappa esatta all’inizio del sentiero, e da lì procedevano senza esitazione.
In qualsiasi istante potevano percepire il punto preciso in cui il loro corpo registrava emozioni. Quegli opposti che le strattonavano da una parte all’altra simboleggiavano sempre un’unità profonda, dove tutto era connesso all’uno e governato da un’unica legge: l’amore. Le ragazze, nella loro geniale ingenuità, più che etichettare le cose in buone e cattive, si lasciavano trasportare dal sogno in dimensioni in cui potevano accogliere e abbracciare quell’amore, finalmente,  pronto a sostenerle e a cancellare le ferite del passato, per lasciare entrare la luce nei loro tagli. Fino a raggiungere il cuore.
Nella notte di San Giovanni, oggi come allora, le ragazze fiorentine da marito, si abbandonano all’incontro alla vita, a guardare negli occhi, ad allentare ogni tensione. Come morbidi elastici vanno verso l’energia dell’amore; i loro modi sono gentili, garbati, rispettosi di antiche usanze che permettono l’accesso a quel credo che rende attraenti e speciali, grazie ad un’acqua miracolosa creata con le proprie mani.

I sogni sono come un microscopio con cui osserviamo
le vicende nascoste della nostra anima. ( Erich Fromm )

tiziana bracci-rubrica: Capriole sull’albero

La pancia non c’è più

” La pancia non c’è più “…
Matilde? L’olio Sasso lo voglio qui, sul tavolo!
Strombazzava la reclame nel carosello degli anni ’60 che ne osannava la leggerezza e attribuiva ad esso la scomparsa della pancia. Noi bambini andavamo matti per quegli spot pubblicitari e le mamme faticavano a metterci a letto. Fu così che nacque la frase fatidica: ” Dopo Carosello tutti a nanna “!
Si dà il caso che Gino, astuto commerciante di materassi, abbia rispolverato dalla sua anima bambina quello spot dal suono ammaliante, per farne la sua pubblicità personale e incrementare le vendite.
Galeotto fu il lungo periodo del lock down, fra smart working, dad,
o quant’altro, quando le nostre passeggiate prendevano, sempre più spesso, la direzione del frigo. Nella costrizione delle pareti domestiche, i frequenti spuntini placavano quella fame nervosa che si divertiva a tormentarci.
Per noia si mangiava, e sempre per noia la pancia cresceva.
Gino attingendo al remind, di quel lotano Carosello, aveva creato un divertente slogan:

Col materasso del Gino
ritrovi un fisico divino.
” La pancia non c’è più ”
se dormi a pancia in giù.
Questo è il sogno ambito
che ti fa toccar il cielo con un dito.

Un ritornello che, incessantemente, ripeteva il suo verso con passaggi mirati, sui social. Lo accompagnava l’invito a chiamare e prenotare subito quel materasso vestito di magia, dagli effetti rimodellanti.
Si prometteva un corpo scolpito, tonificato, riposato, ringiovanito. Vero o falso?
Un’illusione ottica come il vestito nuovo dell’Imperatore, o veramente il Gino era diventato la voce influente del momento, per ridare una spera di sole agli incatenati dell’infelicità?

” Ché chi prende diletto di far frode,
non si dè lamentar s’altri l’inganna. ”
( Francesco Petrarca )

rubrica: Capriole sull’albero
tiziana bracci

Donna di Cuori

 

Donna di cuori era una francesina, graziosa, snob, capricciosa.
Profumava di classe e amava un solo colore: il rosso. Laccava le unghie di rosso, tingeva le labbra di rosso, adorava i cuori foderati di rosso, e vestiva di rosso.
Rosso Valentino era il suo profumo. Ogni sera ne lasciava scivolare due gocce sui polsi e sulle caviglie, prima di sedersi al tavolo da gioco.
Un profumo si sceglie per la sua fragranza e per l’eleganza della boccetta, intrecci che si sposano indissolubilmente al soave cantico d’amor che esala e inebria la stanza. Guerlain, già dal secolo scorso, usava lalique e Baccarat per contenere le pregiate essenze. Donna di cuori prediligeva il flacone d’oro, e se lo stringeva delicatamente nella mano, per soddisfare il tatto d’insolita preziosità. L’oggetto delle sue brame e delle sue trame, diventava complice e testimone di un istinto mediato fra cultura ed educazione. Il suo contenuto individualista e buon compagno, scandiva le tappe della giornata e della vita, fino a diventare filtro d’amore. Un liquido sensuale e apportatore di magia, ricco di promesse e allusivo anche quando giocava ad essere innocente. Donna di cuori adorava ammirare quel lusso evocativo della sua boccetta appoggiata sul piano, della toilette. – Aggiunge note di glamour all’ambiente -. Diceva con gran charme.
Lei era la donna più ambita dai frequentatori del tappeto verde.
Essi anelavano ritrovarsi in quel ch’era già stato ma anche sentirsi più vivi nel presente, o ancor meglio proiettarsi nel futuro.
Si consumavano nell’attesa di vederla apparire. E all’accenno del minimo fruscio, si affrettavano a sperare: – E’ lei…eccola che arriva, fasciata di rosso -.
M a nello sguardo velato e trepidante si leggeva la dubbia domanda: – Chi bacerà mai, questa volta -?
Fortunato, fra gli adepti, chi solo per un attimo potrà deliziarsi del suo incanto, e sfiorarla con le dita. Lei è la regina di cuori, della sala.
C’è chi osa chiamarla ” Matta “. La fantasia della gente è illimitata e lo comprendo. Io posso solo dire che non ha importanza il nome, l’origine,
o l’appartenenza sociale. Io so che la sua figura ha un aroma così intenso che mi fa star bene, e lei fra i suoi mille volti sta al gioco…mutando ogni volta, il suo valore. E ogni volta la ” Donna di cuori ” è all’altezza di ciò che le compete.
Quali metodi usasse non si sa, e non bisogna saperlo.
Vero è che, ogni volta, la sua presenza lascia scie di vittoria.

” La gente vede la follia nella mia colorata vivacità
e non riesce a vedere la pazzia nella loro noiosa normalità “.
( Johnny Deep )

rubrica: Capriole sull’albero
tiziana bracci

 

 

 

Quelle della Costa

 

 

Ordinarono spaghetti all’astice e branzino al sale, stavano festeggiando il compleanno di Pupi, il marito di Dona. Lui era della vergine, uomo gentile, galante, generoso, geniale negli affari. Ogni anno amava riunire gli amici, quattro coppie, all’Approdo il ristorante pied dans l’eau di Baja Sardinia.
Cosa possono combinare quattro affiatate e inseparabili signore durante l’attesa? Settembre era appena iniziato, le vacanze stavano per finire e loro già facevano progetti per la prossima estate.
Dona era una ex attrice degli anni ’70, aveva lasciato la scena all’apice della carriera, per scelta. Proprio in quell’agosto era stata invitata come ospite d’onore a Venezia per la proiezione del suo film ” La cuccagna ” dove era protagonista insieme a Luigi Tenco. Questa donna bellissima, intelligente, viaggiatrice, amante degli animali, aveva lasciato la sua casa di Roma e si era stabilita in Sardegna. Viveva con il marito e una decina di cani, sulle colline di San Pantaleo. La chiamavano la B.B della costa Smeralda. Aveva una incredibile manualità creativa.
Giovi, invece era una stilista di Bologna che passava l’estate con figlie e marito nel bellissimo stazzu con vista, in mezzo agli ulivi, su un’altura vicino a Cala Bitta. Il gusto raffinato di lei era stato prezioso durante le operazioni di restauro, e ne era uscito fuori un vero capolavoro. Lì si facevano grandi feste per Ferragosto. Claretta si occupava di moda, era romana ma viveva a Napoli,
città del suo amato Massimo. Era amica della Dona fin da ragazzina ed insieme facevano parte dell’allegra brigata di Renzo Arbore, Gianni Boncompagni, Luciano Salce, Luciano De Crescenzo. Ogni anno passava l’estate in Sardegna, ospite dell’amica. Tizzie era una toscana innamorata delle idee in movimento, durante l’anno divideva il suo abitare fra Como, Miami e Porto Cervo, insieme al compagno. Eccelleva nella creatività ed era  molto abile a creare attraenti spazi scenografici, si occupava di comunicazione fashionstyle.
Da giugno a settembre si trasferiva a Porto Cervo nell’appartamento di via del Ginepro, con l’amore della sua vita. Lui era un architetto navale e il lavoro lo teneva in Costa, tutta l’estate.
Lei lo affiancava e proponeva pregiata biancheria di arredamento, su misura e personalizzata, per barche e ville.
Estati da sogno dove nascevano anche divertenti progetti.
Quattro chiacchiere fra amiche, al tavolo di un ristorante, e un’idea vulcanica che sboccia.
– Perché non apriamo un negozietto a San Pantaleo? –
La deliziosa location era conosciuta come il paesino sardo con le tre cime di Lavaredo. Si sviluppava con una piazzetta centrale dove si affacciava la chiesa dedicata a San Pantaleo, un paio di bar  e tante case terra tetto, in pietra, tutte attorno. Alcune di esse si erano trasformate in simpatici negozi di artigianato, altre rinfrescate con un lifting rispettoso della loro origine, erano diventate  ambite case di vacanza. Il fascino di quella piccola realtà sarda richiamava artisti italiani e stranieri; ogni giovedì, giorno di mercato, salivano a San Pantaleo per esporre la propria arte: bijoux, scialli, vasellame, oggetti scolpiti in legno, fatti con i rami lasciati dal mare, sulle spiagge vicine.
Le quattro amiche erano state molto fortunate. In via della Maddalena avevano trovato una casetta con patio. Vi si accedeva salendo cinque gradini in pietra, e una ringhiera in ferro battuto, stracolma di gerani, ingentiliva il percorso.
Sulla tenda verde, a carrozza, si leggeva chiaro e nitido ” Quelle della Costa “.
Le signore con lo  spirito di festose ragazzine, si dilettavano a mostrare:  borse coloratissime, tutte pezzi unici, realizzate da Dona con il materiale dei tappetini da barca; caftani giocosi e camicie sgargianti, pitturate a mano, che svelavano l’originale taglio della stilista Giovi; scialli batik e sandali capresi indossati da una Claretta, disinvolta,  che invitava le visitatrici all’acquisto ; infine la pregiata biancheria d’arredamento, curata in ogni dettaglio da Tizzie, che su richiesta del cliente, veniva impreziosita da personalizzazioni con monogramma o logo della barca.
Quattro donne, eclettiche,  erano salite sul palcoscenico di quel paesino sardo, e in modo pittoresco avevano portato in scena una insolita freschezza di vita, tutti ingredienti d’amore, di puro divertimento, di risate infinite.

Gli applausi di quel successo inaspettato,  nato, quasi per caso, in una sera di fine estate davanti a un piatto di spaghetti all’astice e branzino al sale, risuonano tuttora graditi e molto apprezzati.
Oggi ” Quelle della Costa ” non si trovano più a San Pantaleo, ma loro…
ancora se la ridono per la pazza e meravigliosa avventura, di qualche estate fa’.
Un elogio alla sana follia.

rubrica: capriole sull’albero
tiziana bracci
( storia vera )