Pensieri ambiziosi, Pensieri profetici, Pensieri di Luna

 

Nel Faust del Ghoete sta scritto: ” in principio era il Pensiero “; ma qualcosa già dice che non possiamo fermarci qui, e con un sorpasso in grande stile,  ci dilettiamo ad annunciare: ” in principio era l’Energia “; ma lo Spirito, saggiamente, si affretta a chiarire: ” in principio era l’Azione.
Che simpatico bisticcio di parole, potremmo dire.
In realtà, è la filosofia dei classici del pensiero libero, che tende  alla trasformazione del pensiero in azione.
Bisogna unire i puntini dell’esterno con l’interno, per raggiungere gli obiettivi.
Joseph Kennedy, per esempio, detto il Patriarca, era un eccellente stratega di pensiero; per ottenere il risultato impiegava energia sia fisica che mentale, e focalizzava l’idea per svilupparla al meglio.
– Che buona idea è, se  essa non trova applicazione nella vita, reale?
Sul pensiero si agisce con l’azione -. Diceva con fermezza.
Una  via maestra che lui conosceva bene.
Era dotato di una abilità  lungimirante che gli faceva vedere le cose prima degli altri. E le sue macchinazioni uscivano perfette.
La moglie Rose lo definiva l’architetto delle loro vite.
E niente poteva essere più lontano, dal vero.
Il primogenito dei loro nove figli, Joseph Patrick Jr, esperto aviatore, era stato designato dal padre a ricoprire la carica di Presidente degli States, purtroppo morì in circostanze non definite, durante la seconda guerra mondiale.
Joseph , il Patriarca, fece scivolare le sue ambizioni sul secondogenito.
Così John, dopo la morte del fratello, ereditò di diritto quelle aspettative.
Il padre bramava vedere un figlio alla Casa Bianca, e per la campagna elettorale del suo John,  si era speso con astute azioni di marketing,
tutte mosse mirate, studiate e centrate  come se dovesse  lanciare un nuovo prodotto sul mercato.
Nell’ambiente  già circolava la frase fatidica:
” Venderemo John, come scaglie di sapone “. Lui non trascurava proprie niente.
Anche Jaqueline Lee Bouvier entrò a far parte del piano per la corsa alla Presidenza. Lei si trovò ad intervistare quel giovane senatore rampante del Massachussets, come inviata speciale dello Washingthon Times Herald.
Finì subito nelle grazie di papà Kennedy, che la incoronò moglie ideale per la temeraria carriera, del figlio: bella, colta, intelligente, elegante, raffinata, con  charme e pedigree di tutto rispetto  per le sue origini francesi e nobili, da parte del padre. Era semplicemente perfetta nelle vesti di First Lady, d’America. Nessuno avrebbe dissuaso Joseph, il Patriarca.
La coppia si unì in matrimonio il 12 settembre 1953, a Rhode Island, e Jaqueline sposando John,  aveva sposato l’intero pacchetto del clan.
John, per un attimo pensò che l’eleganza francese della moglie potesse allontanarlo dagli elettori. Ma subito si ricrebbe. Amava andare incontro alla folla con Jaqueline, aveva capito che quando erano insieme, la gente si moltiplicava.
I giornalisti si interessavano a lei perché incarnava i desideri di molte donne, veniva presa a modello. La moglie aveva una missione pari alla sua.
Il 3 gennaio 1961 i Kennedy erano tutti riuniti nella villa di Ocean Boulevard a Palm Beach, per un ritratto di corte. Con una lunga serie di scatti e di pose si preparava la presentazione della famiglia presidenziale, in vista del
20 gennaio: giorno di entrata in carica di John Fitzgerald Kennedy,
alla Casa Bianca. Lui appariva rigido e nervoso, per l’emozione. Jaqueline leggermente di spalle, rispettosa dei ruoli politici del marito, si muoveva con grazia e teneva fra le braccia il piccolo John John, un mese e mezzo di vita.
I suoi occhietti, appiccicosi, si aprivano e si richiudevano per il fastidio dei riflettori. Caroline, quattro anni, era la protagonista assoluta di quello show, affascinata dal continuo lampeggio dei flash, correva dietro a quei bagliori sfuggenti alla presa, nel tentativo di acchiapparli.
Il Patriarca, gongolava  nel suo ambizioso abito, e si godeva il coronamento di un sogno vicino a mamma Rose con il resto della famiglia.
Il giorno successivo, uno dei più importanti quotidiani titolava così:
” ALL’INIZIO NON FU  IL VERBO, MA LA LUCE A CREARE IL VANGELO DEI KENNEDY IL NOME CHE HA SCOSSO DAL SONNO UNA NAZIONE INTORPIDITA “.
In quello stesso anno, il 25 maggio,  durante una sessione speciale del congresso, il neo Presidente riuscì a infervorare l’animo dei cittadini americani con un annuncio straordinario:
” IO CREDO CHE QUESTA NAZIONE RAGGIUNGERA’ IL SUO GOAL,
E PRIMA CHE QUESTA DECADE FINISCA,
UN UOMO CAMMINERA’ SULLA LUNA E FARA’ RITORNO SULLA TERRA “.
Le parole di quest’uomo, forse ispirate da divina saggezza,  risuoneranno di inusuale consapevolezza, un concentrato di pensieri mossi da un incredibile spessore profetico e da un profondo senso universale,
Il Goal fu brillantemente raggiunto, con la missione Apollo 11,  il 20 luglio 1969.
La NASA scelse Cap Canaveral, in Florida, per dare inizio ai programmi spaziali. Una scelta ragionata, non solo per la sicurezza dei lanci, ma anche per le dune della spiaggia di Vero Beach. Esse  assomigliavano  al suolo lunare, ed erano perfette per le esercitazioni degli astronauti.
L’Unione Sovietica era avanti nella conoscenza dei viaggi spaziali, ma Kennedy credeva che gli States avrebbero potuto colmare il divario.
Sei anni dopo la sua morte, le sue parole si concretizzarono.
Visitare Space Kennedy è da pelle d’oca. Attraversare la stessa passerella dove hanno camminato gli astronauti e assistere al lancio spaziale nella medesima sala che  ha guidato la missione Apollo 11, mozza il fiato.
Lì tutto è come allora: i macchinari, i suoni, le luci e il rombo dei motori spinti alla massima potenza per farci rivivere, oggi, le emozioni di un viaggio che ha cambiato il mondo.
A Cap Canaveral John Kennedy vive ancora. Lì c’è il pensiero di un uomo immortale che ha creduto, senza vedere. Il destino ha voluto che non fosse a festeggiare con i suoi, ma l’eredità che ha lasciato va oltre la vita.

” Le azioni degli uomini
sono la massima interpretazione
dei loro pensieri “. ( John LocKe )


tiziana bracci- rubrica: Capriole sull’albero
nel 52esimo anniversario della missione Apollo 11

VACANZE in MONOPATTINO

Una leggiadra poesia con dedica:
a Caterina, Elena, Maria Vittoria.


Vacanze ambite
ma anche farcite:
due misurini di colore, una dose di sapore,
tre cucchiai colmi d’amore.

Odore salmastro,
fiocco con nastro
attorno ai capelli,
borsetta viola con matite e pennelli.

L’occhiale disinvolto
dà tono al volto,
il leggin maculato
non passa inosservato,
il tronchetto col tacco,
dà brio al piede,  perbacco!

Con lieve carezza
si posa la brezza
sul corpo e sul viso,
strappando un sorriso.

E fruscia leggera
con aria vacanziera,
sulla pelle accaldata
e dalla tinta dorata.

Che bello abbracciar la vacanza
in tutta la sua baldanza
spalmata di giorni oziosi,
ma anche generosi
di buoni pensieri,
liberi e veritieri.

Vacanze in amicizia
e senza malizia.
Vacanze di luglio
che portan sobbuglio,

e una lunga lista annotata sul foglio:
costumi, creme, cappello, ventaglio,
pinne,  boccaglio,
e non scordar il portafoglio.

Vacanze in monopattino con poco bagaglio,
e senza guinzaglio,
verso un paese
dal piglio gentile e cortese,
dove l’ora preziosa
si tinge di rosa.

Se… è VACANZA,
compiti, fretta, affanno lasciamoli in lontananza.
E non capisce la saggia Caterina,
che ben ragiona nella sua mente bambina…
Perché maestri ostinati, sanno caricar di lezione
con Santa Ragione?
Quando, invece, se…è VACANZA,
dai libri bisogna prender la giusta, distanza.

Buona estate
www.dodolinatips.it

La formica è saggia ed esperta,
ma non abbastanza da prendersi
una vacanza. ( Clarence Day )

tiziana bracci-rubrica: Capriole sull’albero
La rubrica riprenderà a Settembre.

Il prossimo 20 luglio, per onorare lo sbarco dell’uomo sulla luna
del 20 Luglio’69 con l’Apollo 11, uscirà l’articolo:
” Pensieri ambiziosi, Pensieri profetici, Pensieri di Luna ”

 

 

Le ragazze fiorentine, aspettando la notte di ” San Giovanni “

 Le ragazze fiorentine,  aspettando la notte di ” San Giovanni “

La notte di San Giovanni era attesa con trepidazione dalle ragazze fiorentine da marito, per celebrare leggiadria e bellezza con la preparazione di un’acqua speciale. Essa prometteva incontri, di cuore.
Ogni anno in prossimità della festa, in città e nei villaggi vicini, si ripeteva quel rito sacrale. Gesti semplici, puri, genuini, dove essenzialità e leggerezza si davan la mano a sigillo di un patto di fiducia e di bontà per consacrare il manufatto di un liquido prodigioso.
Nella mattina del 23 giugno, donne e bambini si avviavano su per le colline di Fiesole e per le valli con il loro cestello di vimini, alla ricerca di fiori e di erbe spontanee: bacche, artemisia, iperico, fiordalisi, papaveri, foglie di menta, rose selvatiche, rosmarino e lavanda per onorare la leggenda con la rugiada degli Dei. Era il sogno fragile e bello di un piccolo mondo antico tramandato, di generazione in generazione, per dare continuità alle tradizioni, ai valori, ai sentimenti e regalare emozioni di speranza a molte fanciulle.
Loro preparavano con garbo, decoro e devozione un’acqua legata al prodigio di San Giovanni. Essa prometteva bellezza e marito.
I fiori raccolti venivano adagiati con cura nella bacinella d’acqua fresca e lasciati riposare al chiaro di luna, nella notte fra il 23 e il 24 giugno. L’indomani, appena sveglie, le ragazze si precipitavano a lavare mani e viso lasciando scivolare qualche goccia anche sul corpo per apparire al massimo dello splendore, arricchite d’ inconsueto fascino.
Dubbi e paure potevano manifestarsi a livello mentale, sotto forma di sensazione fisica, ma il corpo con la propria saggezza le guidava con una mappa esatta all’inizio del sentiero, e da lì procedevano senza esitazione.
In qualsiasi istante potevano percepire il punto preciso in cui il loro corpo registrava emozioni. Quegli opposti che le strattonavano da una parte all’altra simboleggiavano sempre un’unità profonda, dove tutto era connesso all’uno e governato da un’unica legge: l’amore. Le ragazze, nella loro geniale ingenuità, più che etichettare le cose in buone e cattive, si lasciavano trasportare dal sogno in dimensioni in cui potevano accogliere e abbracciare quell’amore, finalmente,  pronto a sostenerle e a cancellare le ferite del passato, per lasciare entrare la luce nei loro tagli. Fino a raggiungere il cuore.
Nella notte di San Giovanni, oggi come allora, le ragazze fiorentine da marito, si abbandonano all’incontro alla vita, a guardare negli occhi, ad allentare ogni tensione. Come morbidi elastici vanno verso l’energia dell’amore; i loro modi sono gentili, garbati, rispettosi di antiche usanze che permettono l’accesso a quel credo che rende attraenti e speciali, grazie ad un’acqua miracolosa creata con le proprie mani.

I sogni sono come un microscopio con cui osserviamo
le vicende nascoste della nostra anima. ( Erich Fromm )

tiziana bracci-rubrica: Capriole sull’albero

La pancia non c’è più

” La pancia non c’è più “…
Matilde? L’olio Sasso lo voglio qui, sul tavolo!
Strombazzava la reclame nel carosello degli anni ’60 che ne osannava la leggerezza e attribuiva ad esso la scomparsa della pancia. Noi bambini andavamo matti per quegli spot pubblicitari e le mamme faticavano a metterci a letto. Fu così che nacque la frase fatidica: ” Dopo Carosello tutti a nanna “!
Si dà il caso che Gino, astuto commerciante di materassi, abbia rispolverato dalla sua anima bambina quello spot dal suono ammaliante, per farne la sua pubblicità personale e incrementare le vendite.
Galeotto fu il lungo periodo del lock down, fra smart working, dad,
o quant’altro, quando le nostre passeggiate prendevano, sempre più spesso, la direzione del frigo. Nella costrizione delle pareti domestiche, i frequenti spuntini placavano quella fame nervosa che si divertiva a tormentarci.
Per noia si mangiava, e sempre per noia la pancia cresceva.
Gino attingendo al remind, di quel lotano Carosello, aveva creato un divertente slogan:

Col materasso del Gino
ritrovi un fisico divino.
” La pancia non c’è più ”
se dormi a pancia in giù.
Questo è il sogno ambito
che ti fa toccar il cielo con un dito.

Un ritornello che, incessantemente, ripeteva il suo verso con passaggi mirati, sui social. Lo accompagnava l’invito a chiamare e prenotare subito quel materasso vestito di magia, dagli effetti rimodellanti.
Si prometteva un corpo scolpito, tonificato, riposato, ringiovanito. Vero o falso?
Un’illusione ottica come il vestito nuovo dell’Imperatore, o veramente il Gino era diventato la voce influente del momento, per ridare una spera di sole agli incatenati dell’infelicità?

” Ché chi prende diletto di far frode,
non si dè lamentar s’altri l’inganna. ”
( Francesco Petrarca )

rubrica: Capriole sull’albero
tiziana bracci

Donna di Cuori

 

Donna di cuori era una francesina, graziosa, snob, capricciosa.
Profumava di classe e amava un solo colore: il rosso. Laccava le unghie di rosso, tingeva le labbra di rosso, adorava i cuori foderati di rosso, e vestiva di rosso.
Rosso Valentino era il suo profumo. Ogni sera ne lasciava scivolare due gocce sui polsi e sulle caviglie, prima di sedersi al tavolo da gioco.
Un profumo si sceglie per la sua fragranza e per l’eleganza della boccetta, intrecci che si sposano indissolubilmente al soave cantico d’amor che esala e inebria la stanza. Guerlain, già dal secolo scorso, usava lalique e Baccarat per contenere le pregiate essenze. Donna di cuori prediligeva il flacone d’oro, e se lo stringeva delicatamente nella mano, per soddisfare il tatto d’insolita preziosità. L’oggetto delle sue brame e delle sue trame, diventava complice e testimone di un istinto mediato fra cultura ed educazione. Il suo contenuto individualista e buon compagno, scandiva le tappe della giornata e della vita, fino a diventare filtro d’amore. Un liquido sensuale e apportatore di magia, ricco di promesse e allusivo anche quando giocava ad essere innocente. Donna di cuori adorava ammirare quel lusso evocativo della sua boccetta appoggiata sul piano, della toilette. – Aggiunge note di glamour all’ambiente -. Diceva con gran charme.
Lei era la donna più ambita dai frequentatori del tappeto verde.
Essi anelavano ritrovarsi in quel ch’era già stato ma anche sentirsi più vivi nel presente, o ancor meglio proiettarsi nel futuro.
Si consumavano nell’attesa di vederla apparire. E all’accenno del minimo fruscio, si affrettavano a sperare: – E’ lei…eccola che arriva, fasciata di rosso -.
M a nello sguardo velato e trepidante si leggeva la dubbia domanda: – Chi bacerà mai, questa volta -?
Fortunato, fra gli adepti, chi solo per un attimo potrà deliziarsi del suo incanto, e sfiorarla con le dita. Lei è la regina di cuori, della sala.
C’è chi osa chiamarla ” Matta “. La fantasia della gente è illimitata e lo comprendo. Io posso solo dire che non ha importanza il nome, l’origine,
o l’appartenenza sociale. Io so che la sua figura ha un aroma così intenso che mi fa star bene, e lei fra i suoi mille volti sta al gioco…mutando ogni volta, il suo valore. E ogni volta la ” Donna di cuori ” è all’altezza di ciò che le compete.
Quali metodi usasse non si sa, e non bisogna saperlo.
Vero è che, ogni volta, la sua presenza lascia scie di vittoria.

” La gente vede la follia nella mia colorata vivacità
e non riesce a vedere la pazzia nella loro noiosa normalità “.
( Johnny Deep )

rubrica: Capriole sull’albero
tiziana bracci

 

 

 

Quelle della Costa

 

 

Ordinarono spaghetti all’astice e branzino al sale, stavano festeggiando il compleanno di Pupi, il marito di Dona. Lui era della vergine, uomo gentile, galante, generoso, geniale negli affari. Ogni anno amava riunire gli amici, quattro coppie, all’Approdo il ristorante pied dans l’eau di Baja Sardinia.
Cosa possono combinare quattro affiatate e inseparabili signore durante l’attesa? Settembre era appena iniziato, le vacanze stavano per finire e loro già facevano progetti per la prossima estate.
Dona era una ex attrice degli anni ’70, aveva lasciato la scena all’apice della carriera, per scelta. Proprio in quell’agosto era stata invitata come ospite d’onore a Venezia per la proiezione del suo film ” La cuccagna ” dove era protagonista insieme a Luigi Tenco. Questa donna bellissima, intelligente, viaggiatrice, amante degli animali, aveva lasciato la sua casa di Roma e si era stabilita in Sardegna. Viveva con il marito e una decina di cani, sulle colline di San Pantaleo. La chiamavano la B.B della costa Smeralda. Aveva una incredibile manualità creativa.
Giovi, invece era una stilista di Bologna che passava l’estate con figlie e marito nel bellissimo stazzu con vista, in mezzo agli ulivi, su un’altura vicino a Cala Bitta. Il gusto raffinato di lei era stato prezioso durante le operazioni di restauro, e ne era uscito fuori un vero capolavoro. Lì si facevano grandi feste per Ferragosto. Claretta si occupava di moda, era romana ma viveva a Napoli,
città del suo amato Massimo. Era amica della Dona fin da ragazzina ed insieme facevano parte dell’allegra brigata di Renzo Arbore, Gianni Boncompagni, Luciano Salce, Luciano De Crescenzo. Ogni anno passava l’estate in Sardegna, ospite dell’amica. Tizzie era una toscana innamorata delle idee in movimento, durante l’anno divideva il suo abitare fra Como, Miami e Porto Cervo, insieme al compagno. Eccelleva nella creatività ed era  molto abile a creare attraenti spazi scenografici, si occupava di comunicazione fashionstyle.
Da giugno a settembre si trasferiva a Porto Cervo nell’appartamento di via del Ginepro, con l’amore della sua vita. Lui era un architetto navale e il lavoro lo teneva in Costa, tutta l’estate.
Lei lo affiancava e proponeva pregiata biancheria di arredamento, su misura e personalizzata, per barche e ville.
Estati da sogno dove nascevano anche divertenti progetti.
Quattro chiacchiere fra amiche, al tavolo di un ristorante, e un’idea vulcanica che sboccia.
– Perché non apriamo un negozietto a San Pantaleo? –
La deliziosa location era conosciuta come il paesino sardo con le tre cime di Lavaredo. Si sviluppava con una piazzetta centrale dove si affacciava la chiesa dedicata a San Pantaleo, un paio di bar  e tante case terra tetto, in pietra, tutte attorno. Alcune di esse si erano trasformate in simpatici negozi di artigianato, altre rinfrescate con un lifting rispettoso della loro origine, erano diventate  ambite case di vacanza. Il fascino di quella piccola realtà sarda richiamava artisti italiani e stranieri; ogni giovedì, giorno di mercato, salivano a San Pantaleo per esporre la propria arte: bijoux, scialli, vasellame, oggetti scolpiti in legno, fatti con i rami lasciati dal mare, sulle spiagge vicine.
Le quattro amiche erano state molto fortunate. In via della Maddalena avevano trovato una casetta con patio. Vi si accedeva salendo cinque gradini in pietra, e una ringhiera in ferro battuto, stracolma di gerani, ingentiliva il percorso.
Sulla tenda verde, a carrozza, si leggeva chiaro e nitido ” Quelle della Costa “.
Le signore con lo  spirito di festose ragazzine, si dilettavano a mostrare:  borse coloratissime, tutte pezzi unici, realizzate da Dona con il materiale dei tappetini da barca; caftani giocosi e camicie sgargianti, pitturate a mano, che svelavano l’originale taglio della stilista Giovi; scialli batik e sandali capresi indossati da una Claretta, disinvolta,  che invitava le visitatrici all’acquisto ; infine la pregiata biancheria d’arredamento, curata in ogni dettaglio da Tizzie, che su richiesta del cliente, veniva impreziosita da personalizzazioni con monogramma o logo della barca.
Quattro donne, eclettiche,  erano salite sul palcoscenico di quel paesino sardo, e in modo pittoresco avevano portato in scena una insolita freschezza di vita, tutti ingredienti d’amore, di puro divertimento, di risate infinite.

Gli applausi di quel successo inaspettato,  nato, quasi per caso, in una sera di fine estate davanti a un piatto di spaghetti all’astice e branzino al sale, risuonano tuttora graditi e molto apprezzati.
Oggi ” Quelle della Costa ” non si trovano più a San Pantaleo, ma loro…
ancora se la ridono per la pazza e meravigliosa avventura, di qualche estate fa’.
Un elogio alla sana follia.

rubrica: capriole sull’albero
tiziana bracci
( storia vera )

UN’ANIMA nascosta in ogni dove

 

Persone, animali o cose non  incrociano il tuo cammino per caso, c’è sempre una ragione. Penso, ripenso, rumino e sciolgo al vento, i miei pensieri.
Guardo, miro, respiro e raccolgo fasci di luci al volo, per esaltare, illuminare, toccare l’anima nascosta, in ogni dove.
Osservo, unisco, prego, interrogo, parlo.
E parlo al sole, alla terra, all’erba ciuffosa, ai fiori gloriosi, alla lucertolina attenta, allo scoiattolo goloso, inquattato fra i cespugli, bramoso di sgusciare la fortunata preda di noccioline fresche.
E parlo alla mangrovia antica, accogliente, rassicurante con i rami materni protesi in un generoso abbraccio, verso il suolo.
E parlo all’orchidea fantasma, candida, setosa e rara, ghiotto bottino del bracconiere astuto. Sfioro con gli occhi la sua purezza vergine, e mi commuovo al pensiero di quello strappo feroce, assurdo, disumano che la vede vittima innocente nelle mani dell’avido contrabbandiere. Affido la mia compassione al fruscio della brezza floridiana perché le faccia un lieve mulinello tutto attorno e, benevolmente, la nasconda alla vista del malintenzionato.
E parlo alla pianura, la chiamano ” Everglades ” per la sua forma piatta; sempre popolata d’acqua, flora, fauna, e indiscutibilmente selvaggia, fascinosa, avventurosa. Percorrendo la US41, lo sguardo si perde in quella distesa immensa e, ogni tanto, si posa a curiosare sull’insolita segnaletica.
Non è divertente leggere ” Be Ware Gator Crossing “?
E parlo a quella natura spontanea e selvatica per calarmi nei segreti dell’anima nascosta, in ogni dove. Una terra da scoprire e assaporare, respirare e inspirare la profondità dei suoi misteri. C’è solo da lasciarsi andare e raccogliere l’invito di cartelli enormi, vivaci, coloratissimi e affannati ad acchiappar visitatori attenti, per offrirgli tipici ristori e inaspettate escursioni in airboat.
Alla domanda fatidica,  scelgo un centro ranger o un centro indiano?
La risposta è scontata. I visi pallidi sono un tantino più noiosi dei nativi. La mia simpatia va tutta agli indiani d’America. Essi sono i veri titolari di un ” sapere ” antico su quella zona impervia, insidiosa, malsicura. Hanno imparato a rispettare, amare ed esser grati a quella terra difficile, che li ha accolti. Ha insegnato loro cos’è la resilienza, come convivere con le difficoltà e far tesoro delle poche risorse in natura, per alimentarsi, curarsi e sopravvivere dignitosamente.
Sfrattati dalle zone dei loro primi insediamenti, hanno trovato rifugio lì,
negli ” Everglades “, è lì hanno creato le loro allegre, autonome , efficienti riserve. Sono stati maestri di vita dei primi pellegrini europei, di quei conquistatori ignari e sprovveduti alle prese con terre complicate, sconosciute e anche pericolose, se non si conosce come muoversi e come sfamarsi. Pionieri che avevano portato semi da trapiantare, ma se non si ascolta l’anima di una terra così diversa, ogni sforzo si vanifica. La sementa infatti non attecchì e quegli europei incauti, sarebbero tutti morti di fame se non fossero intervenuti i nativi d’America, con la loro saggezza. Il mais era la coltura che lì cresceva in abbondanza per le favorevoli condizioni climatiche, e fra gli animali c’era l’eroico tacchino. Entrambi gli alimenti divennero segno di benedizione per la tavola, insieme a noccioline e caramellati di frutta, a molluschi e pesci dei fiumi e dei laghi vicini. Un mosaico storico che ci porta a ricordare  il primo Presidente degli States, George Washington. Grazie a lui nel 1789 venne istituita, in tutti gli Stati Uniti d’America, la festa nazionale del Thanksgivenday . E’ nato così il giorno del Ringraziamento, che si festeggia il quarto o l’ultimo giovedì di novembre, riconosciuto come il mese del raccolto, per eccellenza.
E’ un segno di gratitudine espresso verso la natura ” Dea Madre ” e verso
” Dio ” per l’abbondanza dei prodotti della terra, ricevuti nell’anno.
Ancora oggi si celebra con lo stesso menù.
Nel mezzo dell’intrigante storia dei nativi, mi son trovata a vivere l’emozione folle, bizzarra e travolgente, in airboat.
Si esce quasi pazzi da quel paradisiaco belvedere: dalle miriadi di varietà fra piante e uccelli sconosciuti, agli alligators sull’erba distesi, che tanto gentili e innocui appaiono nel sonnecchiar al sole, quanto brutali e veloci sono nell’azione di buttarsi sulla vicina preda. La regola è accortezza e distanza.

Un mondo inesplorato che viene fuori all’improvviso, e visita l’anima. Anche l’inserviente che si avvicina per offrire dei semplici batuffoli di cotone, ti lascia basito; dopo, capisci che quelle preziose nuvolette ti serviranno a coprire il rumore pazzesco dell’airboat, in procinto di partire per il tour. Lo scivolamento aereo sull’acqua ti frulla in un vortice di vibrazioni, ignote.
Sento il pericolo di andare  a sbattere contro quei muri di cespugli, che pericolo non è; essi si piegano docili, al passaggio del mezzo. Lo scopri soltanto all’ultimo momento, quando il brivido ti ha già accapponato la pelle.
E sento col fiato sospeso, quel misurarmi con la paura e con l’impotenza del fare.
E sento la voglia di lasciarmi andare per connettermi con quella natura, incontaminata.
E sento la verità e la purezza delle sue leggi, vigenti.
E sento l’anima e la leggerezza di quei ventun grammi che accomunano uomo, natura, cose.
E sento il pulsare sottile di quell’unione sacrale, viva, liberatoria.
E sento quel mondo di relazioni arrivare attraverso una voce illuminante che insegna a camminare nel futuro, con un diverso presente.
Questo impara il viaggiatore accorto nell’Indian Village ” Miccosukee “.
Coglie il suono silenziose che si allinea alla propria centratura, e che dà forza, chiarezza, direzione. Risonanze che armonizzano e uniscono materia e spirito; le essenze del passato si sposano e rivivono nel presente attraverso un mix vibrazionale di forme, dimensioni, simbologie, materiali, dove ogni cosa ha una propria funzione, specifica.

Tali conoscenze hanno dato vita ai miei gioielli dell’Anima, che ho chiamato
” TamiAmi trail “. Sono progettati e realizzati sulla base di regole pitagoriche per ottenere proporzioni armoniche, e le pietre provengono dai nativi d’America. Si va con il cuore verso il gioiello simbolo che più ti rappresenta,
è lui che ti chiama; il messaggio che lo accompagna spiegherà perché è proprio il tuo. Sono strumenti vibrazionali con una loro funzione trasformazionale, di cambiamento.
Acqua, piante, fiori, foglie, rocce, pietre sono le opere perfette della natura,
e la natura è la meravigliosa opera d’arte, di Dio.
Un ringraziamento ai saggi indiani Miccosukee per la ricchezza che mi hanno lasciato; un’eredità di valore inestimabile, che porto sempre con me.

” la vita è mistero, scoprilo ”
( Santa Teresa di Calcutta )


tiziana bracci-rubrica: Capriole sull’albero

  • nota- TamiAmi trail è il nome della rete ferroviaria che nel 1896 unì, per la prima volta, la costa east  della Florida al profondo sud: Tampa-Miami. I benefici dell’unione furono notevoli.

L’Edicola della felicità

 

Nel delizioso angolo di piazza Santa Trinita, all’altezza dell’omonimo crocevia, si affaccia ” L’edicola della felicità “,  la più amata in città. E’ in tinta verde Ladurée,  che tanto ci ricorda la nobile casa parigina.
Lo spazio davanti, traboccante di fiori, crea una macchia gentile di colori che fa bene all’umore e parla direttamente al cuore. Il richiamo a entrare è immediato.
Sei ragazze eclettiche, brillanti, vivaci intuitive ti accolgono con il sorriso e vendono fiori con garbo; con leggerezza rieducano alla cura del ” sé “;
soddisfano capricci del gusto e dell’olfatto con  amorevole ” Take Care “.
All’interno il piccolo ” Happy Space ” ,  cattura i tuoi cinque sensi.
Lo sguardo cade sulla frase di benvenuto ” Nice to meet you “, scritta con decorazioni floreali e sistemata al centro di un trionfale tavolo imbandito.
Ci sono delicatezze invitanti e inusuali. Come non tuffarsi in quel prezioso nettare , raro, magnifico ed eccellente conquistatore dei tuoi occhi?
Dalla caffettiera d’argento esce un caffè gustoso, vellutato, aromatico,  che già con il  primo sorso senti attraversare il tuo corpo da un brivido di piacere, rigenerante. La teiera di limoges  sfoggia, in tutta la sua fierezza, il profumato infuso di cannella da consumare con biscottini di grano saraceno, macarons o ciambelline alla marmellata di fichi. Nella caraffa di cristallo troneggia, imperioso, il succo d’arancia appena spremuto da legare con golosi browns, irrinunciabili muffin al burro o insuperabili croissant parigini. Lo yogurt greco è vivamente raccomandato per guarnire le coppette di frutta fresca o candita: pere, prugne, fragole, frutti di bosco, lamponi, agrumi di Sicilia, albicocche.
La lieta scivolata nel ghiotto circuito del cioccolato, attraverso virtuose degustazioni di fondente, selezionato dai luoghi più prestigiosi dell’America Centrale, è un ” Must “.  Questa è la meravigliosa ” colazione gioiello ”
per sommergere di felicità il tuo ipotalamo. Se mi è consentito un suggerimento, è meglio prenotare in tempo. Gli spazi sono limitati e la domanda è altissima. La ragazza mi guida,  mi prepara agli emozionanti aromi e sapori che evocano i Tropici e l’Equatore. Essi ci raccontano del sole che pervade quelle terre e dei profumi che quei terreni, accuditi e coltivati, trasferiscono alle piante e al cacao. Immersa nell’incanto che odora di favola, sobbalzo allo squillo del telefono, vicino.
– Oggi Viola non c’è. E’ lei che si occupa delle prenotazioni -.
Spiega Rosa con premura, scusandosi per l’interruzione.
Sei sorelle: Rosa, Viola, Ortensia, Iris, Margherita, Gigliola. Sei fiori, sei profumi, sei temperamenti, sei voci, sei talenti con un’unica passione:  ” vendere fiori e percorsi di felicità “. Dalla madre avevano ereditato quello stesso amore per i fiori. Lei passava la maggior parte del suo tempo in quell’edicola, e si illuminava tutta nel dire: – è una gran bella cosa rallegrare i salotti delle persone, con le mie rose -. Una donna che non si era risparmiata in niente, che faceva fatica a dire di no. Infatti, non si era mai negata al marito che, nell’ostinazione di avere il maschio, le aveva regalato ben sei figlie.
Le ragazze non erano nate sotto un cavolo, ma fra tutti quei colori, fra tutti quelli steli, fra tutti quei petali dal profumo, felice. Nel frattempo, erano cresciute e si erano laureate, ma il pensiero di dare continuità alla tradizione di famiglia, non le aveva mai abbandonate. Ognuna di loro, con il proprio talento, aveva guardato in profondità e osservato la gente attraverso la vita, penetrandola. Sei personcine davvero sveglie, che come una macchina
a raggi X, avevano  colto l’invisibile portando alla luce i bisogni delle persone.
Rosa, trentacinque anni, è la primogenita; una sognatrice  equilibrata, passionale, sensibile, vitale, romantica ma con i piedi piantati per terra.
Veste il suo nome alla perfezione. In lei, c’è il movimento perpetuo e armonioso del saper dare e del saper ricevere; ogni volta, come nella rosa, c’è un nuovo inizio per un nuovo giro di spirale.
Caschetto castano dorato e occhi verdi che ti spogliano l’anima, Rosa pulsa la vita di idee, di genio, di azione. Il primo contatto con lei l’ho avuto il giorno in cui, rientrando nella mia città, ho ricercato le storie e le leggende legate a piazza Santa Trinita, che mia madre mi raccontava durante il nostro giro domenicale, in carrozzella. Volevo toccare i profumi dell’infanzia, rivivere momenti felici e allietarmi la vista con quell’edicola, brulicante di fiori.
Aveva mantenuto il colore di un tempo, verde Ladurée, ma si era ampliata con delle pareti in cristallo che permettevano allo sguardo di perdersi nella lettura di quel luogo, fiabesco. Lì ho trovato Rosa, la splendida creatura dall’intuizione felice,  un progetto  dove ogni sorella aveva messo il proprio talento, a disposizione degli altri. E mi ha parlato di un sogno che le aveva lasciato sapori  caldi, teneri, affettuosi, indimenticabili, in bocca.
– Se creassimo l’angolo delle coccole -? Aveva realizzato Rosa, appena sveglia.
Le sorelle strette in un cerchio d’amore, accolsero l’idea.
Ma conosciamo, ad una ad una, anche le altre.
Viola, trentatré  anni appena compiuti, ha occhi azzurri e capelli rosso Tiziano. E’ una timida pensatrice, creativa e amante dei viaggi; ottima comunicatrice, amica degli animali  e amante della natura, collezionista di occhiali spiritosi e adorabile decoratrice. E’ insuperabile negli allestimenti scenografici e nelle composizioni floreali. Ogni giorno si acconcia i capelli con un fiore, in tinta con l’abito che indossa.
Ortensia, trent’anni, alta e bionda con taglio carré, ama vestire di blu ma anche di bianco, quando varca la soglia della cucina. E’ uno spirito libero che opta per la praticità di completi pantalone, e non tralascia mai un importante dettaglio:
il basco alla parigina calato sulla fronte. Si diletta a sfornare deliziosi biscotti, è lei la spettacolare pasticciera dal cuore caldo.
Iris raccoglie i capelli scuri, illuminati dalle shatush, in un morbido chignon.
Ha solo ventisette anni ma l’indiscutibile eleganza la incorona regina del salotto con i suoi preziosi e brevettati infusi, salutari. La sua bellezza è sacrale e silenziosa come quella di una dea.
Margherita, è una biondina di venticinque anni, fresca, luminosa, ironica, con una bellissima voce. Il suo colore preferito è il giallo. Sembra quasi una pratolina quando passa con il suo annaffiatoio a dare l’acqua ai fiori. Lei parla con loro e li intrattiene cantando canzoncine d’amore, dice che questo li rende felici e la loro felicità tracima. Si sparge dappertutto.
Gigliola, la più piccola, ha ventitré anni ed è pura come un giglio. Il candore della sua pelle ci ricorda la bellezza acqua e sapone. Il trucco sfumato e leggero ci racconta una ragazzina pulita che lancia al mondo promesse di bene, sapori che sanno di casa,  di buono, di frutta candita, di pere, prugne, lamponi, fragole,  frutti di bosco,  albicocche,  agrumi e di yogurt  genuino.
Profumi, fiori, colori,  sapori, soffi di vita felice frusciati dal vento.

” La gente più felice non ha il meglio di ogni cosa,
ma apprezza il meglio di ogni cosa che ha ”
( Jaqueline Lee Bouvier )

tiziana bracci-rubrica: capriole sull’albero

LILLY e l’ARTE del RICICLO

In fondo è sempre la stessa storia: è facile dire che la bellezza conta fino ad un certo punto, quando hai un bel faccino, sei alta, magra, con due occhioni a mandorla, e i capelli castano dorato elegantemente raccolti in uno chignon. Questo è ciò che i poco accorti pensano di me, dopo il successo della mia idea.
Mi chiamo Lilly e non sono solo bella, ai tempi della scuola i miei insegnanti, mi avevano dato il nomignolo di sbarazzina della VB, con la scintilla del genio.
Nella mia vita non mancano colpi di testa, e come un pioniere vado alla ricerca di situazioni che mi stimolano. L’immaginazione è la mia seconda pelle: amo coniare l’insolito, leggo, penso, connetto, raccolgo, creo. E questa folle eccentricità, è la mia vera benedizione: un estro che mi ha modellato addosso, una professione. In che modo ci sono arrivata? Ammetto di avere i miei piccoli segretucci e mi piacerebbe tenerli, come tesoro nascosto, ma voglio essere generosa. Ve lo dico, subito: guardo con altri occhi e apprezzo il potere del sogno, perché mi fa parlare con passione e allarga il mio mondo; viaggio e catturo nuove idee per fare le cose di sempre, in modo diverso.
Il libro ” Dalla culla alla culla ” di Mc Donough William, è stato la prima luce di un infinito ingranaggio. Al centro c’è l’America con l’attualissima Ellen Mac Arthur Foundation, fondazione no profit, con sede a Chicago. Essa fa leva sulle giovani generazioni attraverso sistemi Thinking per il futuro, con lo scopo di accelerare il passaggio dall’economia lineare produci, usa, getta, all’economia circolare. Ciò significa ripensare, riprogrammare, ridisegnare: città, servizi, case, arredi, cibo, moda con l’obiettivo di innalzare, migliorare, ottimizzare la qualità dello stile di vita, attraverso un quadro di recupero dei beni dismessi, per trasformarli e farli rivivere anche con destinazioni diverse, dall’originale. I prodotti così
ri-programmati possono guadagnarsi nicchie di mercato, circolare.
Con questa consapevolezza, lesta mi butto nel progetto che ha contribuito a darmi una vita soddisfatta: la professione di stilista online, con l’arte del riciclo e del vintage. Mi occupo di moda e sono fortunata, a soli trentacinque anni, essermi inventata un lavoro onesto, retto, meritevole. Mi sento baciata dal cielo, io che trovo immenso conforto nella natura e nel connettermi con essa.
Sotto questa carica elettrizzante, appagante, rispettosa del Pianeta, spingo al massimo ogni mia risorsa e ridisegno con l’anima, la storia della donna.
Linee semplici e sobrie, che attraverso una metamorfosi netta e precisa, tracciano l’effigie femminile che intendo riproporre. Mi avventuro nello screening, curioso e divertente, con la freschezza della giovane ricercatrice. Per meglio focalizzare i passaggi del devastante stile produci, usa, getta, in auge tutt’oggi, mi calo nell’America pre-Kennedy. E’ il tempo in cui si impazzisce per ” Mad Men “, la nota serie televisiva dagli insospettabili effetti consumistici. Alcuni pubblicitari la prendono a modello per incensare l’acquisto, compulsivo. La perfetta casalinga del Connecticut, con due auto in garage, un pollo a cuocere nel forno e la torta di mele, appena sfornata, a raffreddare sul davanzale della finestra, sfoggia la sua grande cucina super accessoriata, e si appresta a ricevere le amiche per il tè, con twin-set in cashmere, ariosa gonna longuette e filo di perle. Da questa immagine consumista di moglie angelo, mi calo nella nuova mecca di stili femminili
dove si indossa la veste green di donna emancipata e rispettosa di ecosistemi, attraverso il riciclo. Premetto che adoro il look fifty, anni ’50, e mi incanto, mi perdo in quelle cose, belle. Come resistere davanti a foulard, orologi, guanti di pelle, golfini bon ton e borsette infilate al gomito, dal gusto raffinato e ineguagliabile?
In un battibaleno, mi si accende la mente e mi lascio scivolare nell’idea: voglio riportare in auge quel look retrò che mi parla di buone maniere; voglio misurare la mia audacia nel rilanciare una figura di donna gradevole da ammirare, ascoltare, imitare. Una donna che si ricorda di spegnere il telefonino, prima di sedersi a tavola, ma soprattutto sa rispettare il Pianeta con uno stile di vita, salutare. Le coup de coeur arriva, d’impeto. In poche settimane contatto canali vintage, mi fiondo nei più sfiziosi mercatini dell’usato  e seleziono le cose dismesse, che affollano il mio baule. Disfo la maglieria per riportarla in gomitoli e rilavorarla come la fantasia, mi detta. Mi affianco di valide collaboratrici;  con la bizzarra creatività in pugno, riprogetto, ridisegno, realizzo, trasformo tutto cìò che mi passa sottomano.
Io stessa voglio essere esempio virtuoso, di vita circolare.

Creo il mio outfit e lo presento così: ” Quando il lavoro è in buone mani ”
Ri-nnovare; Ri-disegnare; Ri-pensare il bene del Pianeta, con l’obiettivo di costruire una visione circolare, combinando stile, etica, ambiente.

Ma scorriamo insieme, la galleria. Le atmosfere sono quelle dei caffè culturali della Rive Gauche, la Parigi degli artisti,  filosofi, scrittori: trench combinati con effetti bicolor, sfumati di buone maniere, e giacche sartoriali annodate sul fianco. Centrale della collezione è la maglieria con oversize, in cashmere, riciclati e abbinati a gonne midi di pelle o di gabardine, che svelano stivali in tinta; abiti di garza di lana con fantasie a righe, lunghi fino alla caviglia; i capispalla, dai toni tenui, hanno anch’essi forme maxi e fodere ad effetto;
i bottoni, spesso, rivelano la storia delle maisons più prestigiose. Le api intarsiate su sciarpe e maglie sono la punta di diamante della stagione, esse richiamano l’attenzione su questi insetti operosi, utili, indispensabili, a rischio estinzione per i nostri irriverenti atteggiamenti: l’uso di pesticidi.
Il tour continua, attraverso icone musicali anni ’60, della Beautiful London, fra camicie fiorite e completi come quelli dei Beatles, ai primi esordi; i mini abiti che sembrano appena usciti dagli schizzi di Mary Quant, sono indossati su apprezzatissimi collant 50 denari, in poliestere, ottenuto con il riciclo dei pet delle bottiglie, di plastica.
Una visita minuziosa e attenta, per assaporare quelle contaminazioni di energie fra i due stili: Brit e Parisienne, così diversi, ma così unici da creare un gioco di forme ironiche, rivisitate oggi, con tanta simpatia. I prezzi proposti sono imbattibili, vantaggiosi e accattivanti, in un batter d’occhio tutto va a ruba.
Le donne ambiscono imitarmi e ritrovarsi nel mio mondo pulito, sano, equilibrato;  atteggiamenti che testimoniano piena disponibilità ad accogliere, con fatti concreti, nuove culture di stile, fatte con garbo.
E’ un abbraccio d’amore, un agopuntura di bene alla Terra.
Il mio non è solo un progetto commerciale ma culturale, consapevole, circolare. Riscoprire i segni che rieducano all’ecosistema e bandiscono l’automaticità di gesti usa e getta, fa bene alla salute, all’ambiente, all’umore.

” Prendi una cosa qualsiasi in natura, e scoprirai che è legata a tutto il resto ”
( John Muir-naturalista scozzese )

tiziana bracci-rubrica: capriole sull’albero

Per ” LEI ” non c’è un piano B – Hello? Pianeta speaking –

Voce narrante:  Non è semplice pensare che noi fresche creature di un cosmo antichissimo, arriviamo ad influenzare gli eventi del Pianeta; eppure accade
ed è il tratto caratteristico dell’epoca in cui viviamo, l’Antropocene,
un’età dell’uomo incastonata tra le lunghissime ere geologiche. Far pace con la Natura è all’ordine del giorno, perché per la ” Terra ” non c’è un piano B
Immaginiamo, in un giorno X, che un abitante del Pianeta riceva una insolita telefonata…

Pianeta Terra: – Hello? Pianeta speaking.
Pianeta Terra chiama suo abitante -.

Voce narrante: La linea, altalenante e ballerina, ha un segnale che va e viene, eppur sufficiente a registrare il dichiarato, disperato, urlato S.O.S del Pianeta.
Le parole scandite pervengono  in lingua-clima: un parlato inusuale, allarmante, semisconosciuto.
E non perché agli uomini resti difficile impararlo, rispettarlo, divulgarlo, ma per il fatto che è più facile vivere nell’incoscienza fra sapere e non sapere, vedere e non vedere e star sospesi in un limbo menefreghista, nebuloso, assurdo, bugiardo.

Pianeta terra: – Il mio è un appello urgente, rivolto a te. E’ un grido accorato, sospirato, un urlo dilagante che invita all’ascolto, nella speranza di entrare nel tuo ” IO ” più profondo. In quel luogo santissimo, dove puoi prendere diretto contatto con la rivelazione divina, ma troppo spesso ti dimentichi di questo spirito saggio, lasciandolo in sala di attesa. La scrollata di spalle ti aiuta a far scivolar via i tuoi pesanti rimorsi di coscienza, per allungare il passo e affondare il piede nella melma di un business dissacratore e svelto, profanatore di azioni virtuose e privo di ogni etica.
Perché vuoi perderti in quei meandri sporchi fra intrighi, macchinazioni e corse assetate di potere?  Non è un cibo gentile per il corpo e per la salute, di tutti.
Perché vuoi lanciarti in quell’ambito vortex di supremazie e  accelerazioni tecnologiche? Concilia il tuo ego? Non è un buon cibo universale.
Lì, vige la regola che l’ieri è già vecchio ed obsoleto, lì la parola fatidica
è ”  consumismo “:  il produci, usa, getta, che ha soppiantato e ricoperto di detriti quel ” sapere ” che hai già dentro.
Con quale licenza stai persino rimodellando ” Madre Natura ” e l’intero sistema ecologico?
Il tuo è un tacito abuso di libertinaggio per oltraggiare, sconsacrare, macchiare la tua casa ” Terra “, alterandone l’habitat, originale -.

Voce narrante: Un gracchiare inquietante e risoluto arriva lesto, come una saetta, e scuote tutto.

Pianeta Terra: – Hello? Abitante mio, sei ancora lì con la tua cara coscienza?
Non avverto segno di emozione, apprensione o turbamento. Allora voglio raccontarmi come ” una preghiera “. E a mani giunte.
Conosci l’Olocene? Sai, quell’era geologica del giardino dell’Eden, definita la più stabile e benigna che si sia mai conosciuta? Bene, devi sapere che  essa ha rispettato la quantità di biossido di carbonio nell’atmosfera, di acidità negli oceani, di coralli nei mari, di foreste tropicali lungo l’Equatore, e di ghiaccio ai poli per favorire l’esistenza. Questa è la meraviglia  di un albero chiamato vita, che ha permesso l’equilibrio armonioso di quel rapporto sistemico relazionale fra cicli produttivi, clima, uomo, ambiente, lavoro. E nel caso di sbilanciamenti,
” Madre Natura ” interveniva, in mio soccorso, con l’intento di attutire, assorbire, attenuare piccoli discostamenti.
Oggi, ahimè, la Natura ha quasi finito i paracolpi e si è arrivati al limite della mia salute.

Voce narrante: All’altro capo del filo, silenzio profondo. Poi un sibilo stanco, nascosto, quasi segreto fruscia nel sottofondo.

Pianeta Terra: Oh! che sia un promettente risveglio? Hello, ci sei?

Voce narrante: Di nuovo un suono lontano, lontano, lontano, sembra levarsi in un vergognoso assenso.

Pianeta Terra:  Dimmi caro, in tutta onestà, pensi che si possa andare avanti così all’infinito? Voglio credere che nulla si sia perso di quell’innamoramento gioioso, genuino, puro, dolce, poetico, celebrato nel ” Cantico delle Creature “. San Francesco con la sua lode al Creato è il primo esempio di economia circolare, tanto dibattuta oggi, ma ancora poco capita nella sua vera essenza, che si può riassumere così:
” nulla si distrugge, ma tutto è cibo per qualcos’altro “.
Come non ipotizzare un mondo ricoperto di felicità cosmica, di libertà, di fratellanza, di accoglienza, di rispetto, di amore, di gratitudine, per riportare ogni cosa al suo originale splendore? E soprattutto porre un sigillo
di ” Buona Vita ” al futuro, con un diverso agire nel presente.
Lavorare insieme e rispondere alla resilienza con azioni del fare, mirate al bene comune: migliorare, sanificare, innalzare la qualità dell’abitarMi -.

Voce narrante: Uno sbuffo di tedio, aleggia nell’aria.

Pianeta Terra: – Abitante caro, tu sei prezioso per me. Non essere annoiato. Rimani in linea ancora un pò, però non schiacciarmi come il grillo parlante,
delle favole. Le ultime raccomandazioni te le sussurro all’orecchio,  una ad una, per spingerti ad essere vigile. I miei sistemi chiave sono stati spinti oltre i confini di sicurezza, definiti dall’Olocene.
Conosci ” l’Impronta ecologica “? Devi sapere che questa unità di misura calcola le risorse ancora a disposizione dell’essere umano; i cambiamenti irreversibili , mettono a rischio la mia abitabilità se non si hanno atteggiamenti di cura verso ” Madre Natura “. Essa funziona come il corpo umano, deve essere in condizioni ottimali per uno stato di salute, equilibrato. E Madre Natura è arrivata quasi alla soglia dei suoi parametri. Nove sono i suoi punti critici, e cinque sono già al di sotto del consentito. Gli altri quattro ci rientrano, per un soffio, un elenco da non perdere di vista: l’acidificazione degli Oceani, l’uso di acqua dolce, il particolato atmosferico che è uno stato di smog con pulviscoli che creano danni, alla vita vegetale ed animale. Nell’uomo produce asma e malattie polmonari. Il COVID 19 ci racconta qualcosa?
E la lista continua con plastiche e scorie che, entrando nel terreno, provocano il cambio del codice genetico di varie specie, uomo compreso. Ultimo punto, è lo strato dell’ ozono nella stratosfera. Senza questo strato protettivo molte zone della Terra sarebbero inabitabili, e il buco dell’ozono si fa sempre più grande, per l’uso di pesticidi e sostanze chimiche. Può bastare per agire?
Bello=Vero=Bene ci diceva Platone.
Con questo invito pressante, immediato, impellente  chiedo aiuto per dar voce alla mia ” Verità “, affinché non cadiate come burattini nelle mani di quei  burattinai scaltri, che adorano tirare i fili bugiardi, mettendo la  benda alla verità. Io sono già in dichiarato stato, di malattia. E per Me  non c’è un piano B

” Credo che avere la Terra e non rovinarla
sia la più bella forma d’Arte che si possa
desiderare “. ( Andy Warhol )

rubrica: capriole sull’albero-tiziana bracci