LA CONTESSINA LISALBERTA

 

Un muro di nebbia… all’improvviso. Un boato pazzesco e, le mie urla che rimbombavano nell’abitacolo accartocciato. Guido accanto a me, riverso sul volante, nel silenzio più assoluto. Persi i sensi e mi rinvenni nel lettino dell’ambulanza, che viaggiava a sirene spiegate. Il medico mi aveva tamponato le ferite, provvisoriamente, ma io continuavo a perdere sangue e a gridare il nome di mio marito. – Guido… Guido… dove sei Guido? Dottore, dov’è mio marito? – Signora sia brava, suo marito è sull’altra ambulanza. Stiamo raggiungendo l’ospedale. Adesso le faccio un’iniezione per calmarla, vedrà che presto starà meglio. E’ tutto sotto controllo. Esausta mi addormentai. Mi risveglia in corsia con la flebo al braccio. Ero stata miracolata… neppure una frattura. Solo un forte stato di choc ed il corpo dolorante, dappertutto.
Chiesi nuovamente di mio marito, ma sembravano eludere la domanda. Arrivò Luigi, mio fratello. Fu lui a darmi la notizia – Lisalberta… purtroppo Guido non ce l’ha fatta. E’ morto nell’impatto, all’istante.
– Nooo…non è verooo!!! Nooo…- ripetevo, straziata dal dolore. In un battibaleno, ricordai tutto.
Mio marito ed io stavamo andando a Milano, alla prima della Scala, era Sant’Ambrogio e come ogni anno si apriva la stagione teatrale. Un destino crudele fermò la nostra corsa. E in un attimo la vita cambiò. Pensai a mia figlia Isabella… a quanto era piccola, ancora tanto piccola.
– Mio Dio perchè mi hai fatto questo? Rispondimi… perchè? Cosa dico alla mia bambina… papà non c’è più? E’ volato in cielo? Non si può togliere un genitore, un marito… così presto. – Eravamo una giovane famiglia, felice.
Vivevamo a Bologna, mio marito stimato professionista era molto conosciuto, in città. Sono Lisalberta M. A., la contessina Lisalberta, oggi si è tutto ridimensionato,  ma mio fratello vive ancora nella contea medievale, di famiglia. E’ un borgo vicino al mare Adriatico e ai primi rilievi dell’Appennino Romagnolo, a pochi chilometri dalle città di Ravenna, Ferrara, Bologna. Una posizione strategica. Lì sono cresciuta e lì torno, ogni volta, che voglio godere piacevoli momenti di relax. Luigi volle assolutamente portarmi al borgo, per la convalescenza. Isabella poteva giocare con i cugini e riempire, con la loro compagnia, l’enorme vuoto lasciato dal papà, adorato.  Sono pochi sette anni… per perdere un genitore.
Stavo bene in mezzo alla natura, dopo lunghe passeggiate mi ritrovavo seduta sul ciglio del fosso a guardare i contadini che lavoravano,  nella vallata.
– Buongiorno contessina – disse l’uomo che stava passando dal sentiero, togliendosi il cappello. – Non si ricorda di me? – Frugai nella memoria, ma niente, avevo anche perso l’abitudine a sentirmi chiamare con quel titolo. In città pochi lo facevano. – Sono l’Otello, contessina, il figlio del Gino. Quando veniva in vacanza arrivava sempre al podere con quella grossa macchina nera…
– Ma sì Otello, adesso ricordo. Come sta… tutto bene?
– Tutto a posto, grazie a Dio. Io non lavoro più, ho lasciato la masseria a mio figlio e solo per questo mi sento un signore.
Ridiamo insieme e gli tendo la mano. Avverto la callosità di chi ha lavorato duramente, e quasi mi sento a disagio. Continuiamo a scambiarci qualche parola, poi sorridendo, lui si congeda da me, rimettendosi il cappello.
Ognuno ha la propria storia da raccontare ed il proprio fardello da portare.
La voce sbarazzina di Isabella mi distoglie, lei saltellante nei nuovi jeans a pois, corre buttandosi fra le mie braccia: – mammina, conosci quel signore?
– Sì, in passato la villa dava lavoro a molte persone. Lui e suo padre lavoravano per noi, adesso Otello ha comprato una delle fattorie dei nonni. –
– E perchè gliel’hanno venduta?-
– Debiti… di famiglia. Ma adesso credo sia l’ora per una buona cioccolata calda, ti va?- La vita nel borgo, mi aveva riportato indietro con l’età… ai ricordi della nonna, ai suoi deliziosi biscotti al cioccolato, alle sue coccole, ma anche alle sue sofferenze. Al dolore per la morte del primo figlio maschio, si era aggiunto anche l’altro di vedere il patrimonio di famiglia, assottigliarsi sempre di più. Quasi tutto venduto. Ecco il triste risvolto dell’eredità, di mia nonna. E non per colpa sua, ma di un marito che aveva dissipato i beni con il gioco e con le numerose amanti. Nella mia adolescenza, lei era una donna che si avvicinava ai sessanta. Era elegante nonna Teresa, si vestiva di bianco o di nero e fermava i capelli con uno chignon. Vedova da parecchio tempo non si era più risposata.
Si dedicava completamente all’educazione del figlio, mantenendo viva la sua tenace caparbietà nella conservazione del poco patrimonio, rimasto.
– Noi non siamo persone ordinarie, il nostro compito è l’essere di esempio – diceva con fermezza. Oggi anch’io sono vedova, come lei, ma io ho solo trentacinque  anni.

Rientrata a Bologna, mi sono rimboccata le maniche e ho trovato un lavoro. Il nome mi ha aiutato. – Lei è la contessina Lisalberta M. A.? – mi ripetevano. E mi sono sentita fortunata per quel posto nel negozio di antiquariato, era il più prestigioso di Bologna. I clienti si fidavano di me, del mio buongusto…
E nonna Teresa aveva contribuito notevolmente, mi aveva regalato preziose nozioni di etichetta. Il lavoro mi piaceva. Soprattutto mi permetteva di mantenere una tata per Isabella e farla crescere bene. Una vita senza sprechi, ma dignitosa. Sono riuscita a non vendere il piccolo appartamento in Costa Smeralda, era l’adorabile nido delle nostre vacanze. Un appuntamento irrinunciabile con gli amici di sempre. Marina, amica del cuore, ogni anno, mi riproponeva il solito predicozzo. – Sei bella da mozzare il fiato… hai una fila di corteggiatori che pendono dalle tue labbra, ma cosa aspetti a risposarti?-
Scuotevo la testa dicendo: – mia figlia, mi basta, e poi gli uomini non vogliono crescere figli di altri, ed i figli non vogliono altri uomini accanto alla madre. Vedi come reagisce Isabella, appena qualcuno si avvicina a me? –
Marina, spesso, era presente  quando Isabella mi rivolgeva parole dure, per ferirmi; riconosceva che la ragazzina era entrata in competizione, si misurava con la bellezza della madre, e ne usciva infastidita. Isabella era il clone di Guido, lui senz’altro un bell’uomo,  ma quegli stessi lineamenti in versione femminile perdevano di allure. Nell’adolescenza, poi, ti senti bruttina anche per un solo brufolo. Così Marina mi incitava a trascurare le irriverenti reazioni di mia figlia, e a rifarmi una vita.
Non si contavano i regali che Isabella riceveva dai miei pretendenti… loro volevano farsela amica, lei, furbetta, li accettava volentieri, ma poi finiva sempre nello stesso modo: odiava quegli uomini.
Un’estate nel nostro gruppo arrivò Leo, un medico di Bologna. Era il rinomato chirurgo di una prestigiosa clinica, privata.
Catturai la sua attenzione, durante le uscite con la barca di Andrea, da subito iniziò a farmi una corte spietata.

Era sposato. Il suo matrimonio, in crisi da tempo, stava naufragando.
Lui mi piaceva. Chiunque poteva suscitare la mia attenzione, ma solo una persona speciale poteva conquistare il mio cuore, e Leo era un uomo speciale.
Isabella se ne accorse e lo sfidava con gli occhi.
A Bologna abbiamo continuato a vederci. L’amore che cresceva a vista d’occhio, lo portò presto a firmare la separazione.
Lì sono iniziati i nostri problemi. La moglie usò l’arma del ricatto.
– Sappi che se ti separi da me, te ne vai anche dal tuo lavoro. – Leo, era l’eccellenza della mastoplastica  ma lavorava nella clinica privata del suocero.
Fu estromesso, senza pietà. Lui aveva scelto l’amore… alla luce del sole.
La fama di brillante chirurgo, gli fece trovare subito un altro posto in ospedale, a Bologna. Ottenuto il divorzio ci siamo sposati. Isabella ha accettato a denti stretti la nostra decisione. Il rapporto con mia figlia non si è mai risanato, del tutto. Velocemente si è sposata anche lei, velocemente ha avuto un bambino, e altrettanto velocemente ha divorziato. Lapo è la luce dei miei occhi.
Leo ed io siamo presenti nella sua vita e con lui abbiamo stabilito un meraviglioso rapporto. L’amore di mio nipote mi ripaga di tutti i contrasti con Isabella…che solo il cuore di mamma sa sopportare, in silenzio.

tiziana bracci – rubrica – ” sabato…capriole sull’albero “

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